Poesie

Bisogno di Cometa

By Maggio 19, 2020 No Comments

Sempre mi stupisco, amico mio,
quando precipitosamente
ti sposti sull’altro lato della strada
vedendomi arrivare
col fardello delle mie povere cose.
Eppure dovrei sapere che
queste crudeli geometrie
di traiettorie taglienti,
che separano il bianco dal nero,
il chiaro dallo scuro
come il Bene dal Male,
sono un rito assai antico.
Gia’ duemila anni fa
lo praticarono un sacerdote
e un levita, ministri del vostro Dio,
incontrando un moribondo
sul loro cammino.
Anche essi si spostarono
sull’altro lato della strada
pensando che fosse il lato giusto,
o forse quello piu’ comodo,
oppure quello piu’ spietatamente logico
per rimanere puliti.

Io non so giudicare,
so soltanto guardare in silenzio.
I miei occhi ormai
sono troppo impregnati
di memorie di ferro e di fango,
di acque vermiglie per il sangue innocente,
di orge d’uomini che si detestano
e si dilaniano latrando l’un l’altro.
Sono occhi stanchi
d’essere prigionieri
della beffarda
rotondita’ del Tempo
dove tutto puntualmente si ripete
e dove un uomo sempre continuera’
ad invitare il proprio fratello
ai campi della barbarie e dello sterminio.

Forse capisco perche’ mi sfuggi, amico mio.
Io sono l’Esule inaspettato,
lo Straniero scomodo,
la ferita dell’Infinito che si definisce
rimanendo imprigionato nella morsa del Limite,
sono la spina dolorosa che ti punge
nel tormento di notti senza fine,
quando s’annienta la tua brama d’onnipotenza
e ti trovi fragile, sperduto, senza scampo.
Sono la persecuzione della tua Ombra,
quando viene inesorabile a ricordarti
che gia’ il nascere e’ l’inizio di un Esilio.

Io conosco bene il linguaggio dell’Esilio :
sono nato nel Deserto, amico mio.
Ho il Deserto nell’anima.
La mia bocca sa di sabbia,
la mia pelle e’ levigata
dalla polvere delle tempeste.
Forse il Deserto stesso
mi ha partorito,
nella disperazione di silenzi senza fine,
nello smarrimento di spazi smisurati,
nell’impotente dolore
di una madre che non sapeva
come sfamare il pianto dei figli
bruciati da un sole impietoso e accecante.
La’ dove un sorso d’acqua fangosa
e’ un dono inestimabile
e dove anche una rara lucertola
e’ un banchetto sontuoso,
ho visto spegnersi vite a me vicine,
divenute inutili larve senza nome.
Sapessi quante
volte ho lacerato
gli spazi silenziosi della desolazione,
col mio grido di dolore,
cercando di estorcere un significato
da quella insensata pena di vivere,
mentre, implacabile, mi rispondeva
solo il rovente soffio
del vento del deserto
che tutto cancella nell’oblio
dei suoi vortici senza fine.

Ma forse tu, amico mio,
tu che sospettoso continui a guardarmi
dall’altro lato della strada,
tu, forse, ora ti chiedi
per quali vie io sia giunto fin qui,
a disturbare i tuoi passi.

Ti narrero’ di un viaggio.
Non so ancora se per una fine
o se per un nuovo principio.
Ricordo che ci fu una notte,
in cui la fame e la sete,
dopo un giorno crudele
di spietata tortura,
fecero del mio povero corpo
stremato e ansimante
un’arida pietra di dolore
dimenticata sulla vetta di una duna.
La perfidia del Deserto
aveva iniziato a sfiorarmi
con le sue insidiose
carezze di sabbia
per condurmi lentamente
nella tomba fatale degli avi,
quando i miei occhi
in un ultimo guizzo di vita
si spalancarono come finestre
avide d’Infinito
ed io rimasi inondato
dall’immensita’ del cielo stellato,
mentre la mia anima
sentiva, repentino e imperioso
il richiamo lontano
d’una nuova, possibile patria.
Non era il cielo sbiadito e umiliato
dalle luci arroganti
delle vostre citta’,
ma il cielo superbo, smisurato,
solcato da bagliori d’Eterno,
forse sfiorato in tempi immemorabili
dalla carezza amorevole
di un Dio generoso
che aveva lasciato l’impronta
della sua luce divina
negli astri della notte.
Prima non avevo mai avuto
bisogno di cielo.
La notte mi attraeva soltanto
come una pausa di frescura,
un alito di sollievo troppo breve
per lenire il tormento
del giorno infuocato
dalla fiamma continua del sole.
Ma in quella notte d’incanto
la mia anima affranta
fu come rapita dalle stelle
che con le loro invitanti geometrie
tracciavano mappe di universi lontani
e stillavano gocce di speranza,
rendendo stranamente minuscolo
l’arido deserto della mia vita.
E fu in particolare una stella,
la prima ad annunciare la notte
e l’ultima a spegnersi all’alba
ad esercitare uno strano richiamo
che mi fece prorompere infine
in un pianto dirotto e struggente.
Mi misi in lento, faticoso cammino
e fu quello l’inizio di un viaggio,
guidato da un sidereo mistero.

Ero povero e il mio fu subito
il terribile viaggio di un povero.
Partii da solo, in silenzio,
con la mia stella negli occhi e nel cuore.
Ben presto incontrai altri poveri,
fratelli come me silenziosi,
tutti in cammino
sullo stesso lato della strada,
forse anch’essi seguendo una stella.
Una lunga carovana di poveri,
crudelmente esclusi
dalla dignita’ dell’esistere.
Uomini, donne, bambini, vecchi,
ombre anonime, inermi,
senza identita’,senza patria,
fummo esposti a subire ben presto
l’eterna implacabile legge
di chi da sempre ha piegato il piu’ debole.
Uomini torvi, dagli ignobili volti
di barbari senza alcuna pieta’,
con l’inganno di false promesse
ci fecero schiavi dei loro voleri.
Udii urla di donne violate,
pianti di bimbi strappati alle madri,
vidi vecchi insultati e percossi,
vidi esseri umani venduti
a orride bestie innominabili,
subii l’umiliazione della frusta
e della fredda e tagliente catena
lungo interminabili percorsi di dolore.
Attraversai rovine di citta’
sgretolate dall’odio primordiale
del fanatismo assassino
che non conosce l’Amore.
Condivisi il pianto dei perdenti
che il freddo artiglio della guerra
strappava dai propri beni e dai propri cari.
Solo il cielo della notte
con la mia instancabile stella
mi insegnava a sperare
in un ordine possibile e giusto.

Ed infine ecco l’enigma del mare!
Immenso, sconosciuto, cupo
nella sua invernale inquietudine.
Il mare, con le sue onde instancabili
che cercano sempre se stesse
scavalcandosi senza mai ritrovarsi.
Il mare con la sua superficie
di liquide dune amare
che ondeggiano, mormorano
e parlano e gridano invano
ombre di parole che svaniscono
nel lamento assiduo dei gabbiani.
Il mare che nei silenzi abissali
della sua inviolabile anima
nasconde segreti che mai scopriremo.
Quel mare, sotto il cielo di piombo
di un gelido inverno
che velava le stelle,
ma non nascondeva la mia,
fu lo scenario dell’ultimo oltraggio
che tormento’ il mio corpo emaciato.

Dopo giorni angosciosi
di devastante tortura
in recinti di dolore indicibile,
fui spinto a forza con altri fratelli,
fra urla bestiali e minaccia di armi,
dentro un barcone fragile e immondo,
guidato dall’odio di uomini turpi,
che incuranti del nostro terrore
si inoltrarono sulle acque sinistre
di un mare dai denti di spuma
che mordeva infuriato lo scafo
imprimendogli salti convulsi sulle onde,
mentre gelidi spruzzi salati
schiaffeggiandoci il volto
ci annebbiavano gli occhi
accrescendo la nostra paura.
In quell’inferno di grida, di lamenti,
di disperati richiami, di imprecazioni e minacce,
mi trovai ad assistere all’orrida scena
della morte di alcuni compagni
caduti o forse spinti in quei flutti
insaziabili, che tutto sembrava inghiottissero,
anche le nostre ultime lacrime.
Dopo una notte straziante,
dilaniata da voci di morte,
sotto l’esangue pallore
di una luna ammantata di lutto,
l’alba ci trovo’ abbandonati
dai nostri truci aguzzini,
come relitti senza valore,
alla deriva nell’immensita’ palpitante
di un mare che faceva da eco
al disperato pulsare
dei nostri cuori ormai sempre piu’ deboli.
Piu’ volte arrivai a sentirmi perduto,
ghermito dall’abisso senza ritorno,
quando al chiarore del giorno incipiente,
come in un lampo di rinnovata speranza,
rividi la stella del mio lungo cammino.
Messaggio d’Infinito, nel suo ultimo squillo di luce,
se ne stava immobile su un roseo orizzonte
a indicarmi una terra promessa.
A quella vista il mio povero corpo,
piagato dagli atroci tormenti
di un mondo feroce e crudele,
rinacque alla vita perduta,
mentre un rumore di eliche
che animava il silenzio dal cielo
fu come un canto di gloria,
che segnava la fine del nostro vagare.

Sempre sara’ necessario
sfiorar da vicino il gelo della Morte
per godere almeno un attimo
della calda carezza della Vita.
Questo e’ il prezzo inevitabile
di ogni Risurrezione.
Ed io ebbi bisogno di sentirmi morire
piu’ volte, prima di arrivare fin qui,
dinanzi a te, amico mio,
che mi tieni a distanza,
dall’altro lato della strada.

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...andiamo lì dove nulla aspetta
e troviamo tutto ciò che sta aspettando.


Pablo Neruda, Ricorderai.



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