IL “POSTO DELLE FRAGOLE”
COME NUOVA APERTURA AL MONDO

(L’esperienza di Enrico)

Caro Luigi,

        sento ormai questa fase del nostro percorso come un momento di ricapitolazione, di commiato, quasi.

        Ho avvertito nei nostri ultimi incontri alcune svolte importanti, due o tre; ma è soprattutto un aspetto che mi ha colpito più di ogni altra cosa. Nel momento in cui mi sembrava di aver chiara una situazione, tu mi invitavi e mi aiutavi ad uscirne, lasciando la sicurezza di una determinazione per l’incertezza del possibile.

        Nel momento in cui mi impadronivo dell’orizzonte limitato raggiunto, tu, quasi, mi proponevi di andare oltre, di dirigermi altrove, verso una meta che sta sempre al di là del proprio sguardo: aperto alla vita come possibilità e non chiuso all’esistenza come necessità.

         Mi chiedo quanto abbia recepito di tutto questo: non so. Dapprima ho recuperato la figura di mio padre; poi quella della mamma, in un dialogo riscoperto e rivissuto; poi, la svolta: non più la paura di essere punito per ogni mia iniziativa; quindi la gioia di poter essere “maestro” di me stesso: il coraggio della paternità del proprio vissuto.

        Ancora e, direi, nuova ed ultima fase: riaccettarmi e “digerire” fino in fondo ciò che sento, che provo, senza formulare giudizi dettati dalla paura o dalla “cultura”.

        Ora come non mai sento la forza liberante dell’essere solo di fronte a spazi enormi. Ora mi sento viaggiatore in una terra che non avverto più “ostile”: è semplicemente qualcosa di inesplorato, che non conosco: come sbalzato su un altro pianeta.

        E’, insieme, un andare alle radici di se stessi. Come la sensazione di quando ci si sdraia per terra, lo sguardo rivolto al cielo. Quanto più si abbraccia la terra, fin quasi a confondersi con essa, vivendone le vibrazioni ed i sussulti, tanto più si ha la sensazione di essere celesti come il cielo che ci sovrasta.

        Stranamente, ora sento dentro di me una gioia diversa. E’ un camminare solo; e sento che tale solitudine è colma della presenza di ognuno: non di questo o di quello, ma di chi incontro per strada. “Quello”, occasione unica è l’incontro.

        Ho sempre cercato gli altri, scegliendoli prima, perché vi era uno scopo per me da raggiungere: perché ero stanco, perché non ce la facevo più, perché l’Altro mi desse qualcosa.

        Prima di arrivare all’Altro, avevo già fatto la scelta: e non era più l’Altro, ma un qualcosa di me, una pedina del mio scacchiere. Col veramente Altro, lo sconosciuto, il volto che si illumina nel rapporto ed acquista la sua rilevanza unica: no, con questo “prossimo” non ho mai parlato prima d’oggi.

        Questo nuovo passo che sto cominciando ad intraprendere, acquista per me un significato più generale, anch’esso intravisto attraverso i nostri incontri.

        Il dover abbracciare ciò da cui stavo distante; il dover riprendere ciò che fuggivo; il dover “masticare” ciò che mi sembrava troppo amaro; il poter dialogare con ciò che consideravo una fatalità: tutto questo mi fa sentire che nell’esistenza, forse, ci può essere una rivincita quasi magica sullo strapotere dei determinismi.

        Tutto ora assomiglia ad un’aratura sofferta, profonda e di continuo rinnovata. E’ sempre la stessa terra ad essere rimossa: ma in essa ci sono i segni sempre nuovi di una Vita che si rigenera. Grazie per tutto questo.

Firenze, Luglio 1989

(Enrico, oggi, è laureato in Psicologia e lavora come psicologo nell’ambito del servizio sanitario nazionale, occupandosi principalmente del settore della devianza minorile e del recupero sociale dei tossicodipendenti. Inizialmente diplomato in ragioneria, quando ci conoscemmo era contabile presso un’azienda privata. Successivamente, conseguì il diploma di maturità scientifica frequentando corsi serali. Si è poi laureato a Roma, col massimo dei voti e lode. Luigi Adamo).

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...andiamo lì dove nulla aspetta
e troviamo tutto ciò che sta aspettando.


Pablo Neruda, Ricorderai.



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