DAL GELO DELL’ANONIMATO
ALLA SCOPERTA DEL PROPRIO “ESSERCI”

(L’ attimo di Isabella)

Caro Professore,

         mi scuso con Lei se ancora una volta depongo nella Sua cassetta postale uno dei miei soliti “sfoghi”, tanto per colmare l’intervallo fra i nostri incontri : ma questa volta, mi creda, si tratta di qualcosa di assolutamente importante, che da un lato mi ha sconvolta e dall’altro mi ha reso improvvisamente felice, come non mi succedeva da anni: un vero barlume di Primavera in questo triste gelo invernale!

         E’ tutto molto, molto strano, che mi fa quasi paura a pensarci; sono ansiosa di conoscere la Sua opinione, quando ci vedremo la prossima volta.

         Ieri sera, dopo il lavoro, passeggiavo per le vie del centro, a caso, fra tanta gente casuale. C’erano i visi anonimi di tutti i giorni, in un giorno altrettanto anonimo, come tanti altri della mia vita…

         Guardavo le solite vetrine, soprappensiero: solite luci, soliti colori, soliti andirivieni, soliti rumori, soliti… prezzi: insomma, il consueto fiume di sempre, dove puoi annegare tranquillamente e nessuno si accorge di te, neppure se implori. Era un po’ come  portare a passeggio, come tante altre volte, la mia mesta inutilità; anche domani, pensavo, sarà come sempre, proprio come in quella vecchia canzone di Tenco – non so se la conosce –, che fa: “Un giorno dopo l’altro, il tempo se ne va; le strade sempre uguali, le stesse case…”.

         A quel punto, siccome cominciavo a sentirmi “allagata”, come dice Lei, da quella sottile angoscia che ormai ben conosciamo, e mi sentivo irrimediabilmente perduta, come tante altre volte, ho deciso malinconicamente di tornarmene a casa. Non è che l’idea mi sorridesse molto : anche là avrei trovato i soliti volti, ascoltato le solite banali parole, avrei respirato il consueto clima di indifferenza affettiva che mi annienta, avrei vissuto la mia ormai abituale rabbia impotente, magari colpevolizzandomi, come sempre… Ma che cosa potevo farci? Era un po’ come scegliere il male minore… e poi… faceva freddo…

          Perciò mi sono avviata, e, con un gesto casuale, mi sono stretta forte forte nel mio cappotto, come abbracciandomi. Ma ecco, a quel contatto con me stessa, improvvisamente accadere quello che voglio dirLe: mi sono sentita!

         E’ stato come un bagliore accecante, un lampo, una sensazione un po’ indescrivibile, che ancora devo capire del tutto; perciò mi riesce un po’ difficile esprimerglieLa a parole: spero soltanto che Lei non sorrida troppo…

         Insomma… mi sono accorta che c’ero, che esistevo! Era un po’ come avvertire per la prima volta che avevo un corpo… e che questo corpo era assolutamente mio… che occupava uno spazio che solo lui poteva occupare… così come anche l’aria che respiravo, le strade che percorrevo, l’emozione intensissima che provavo in quel momento: tutto era totalmente mio. Era come trovarsi improvvisamente viva, e forse non ripetibile e, per giunta, con un posto nell’Universo riservato solo a me! Che ricchezza inaspettata per una pellegrina come me, abituata ad essere invisibile!

         A quel punto, mi è presa una grandissima  gioia: gioia e vertigine insieme; tutto si è messo repentinamente come in movimento.

        Ecco: era come un’orchestra in cui gli strumenti si accordano e provano per la prima volta a suonare insieme.

        Anch’io in quel momento mi sono sentita… in armonia con una mia orchestra. Mi veniva quasi il desiderio di canterellare: forse avevo finalmente una canzone tutta mia da intonare!

         Allora nulla mi è più apparso casuale come prima: che io fossi là, a pensare a queste cose, mi è sembrato totalmente necessario, quasi predestinato, persino i miei stessi brividi di freddo!

         Ma la cosa più strana, o, forse, straordinaria, è stata la percezione del tempo, del tutto nuova, che ho avvertito dentro di me. Era come se tutto improvvisamente riprendesse a scorrere, dopo avere a lungo ristagnato, ed io potessi dire a me stessa: “Allora anche io ho veramente un futuro…, un destino…, una direzione…, una libertà…!”.

        E mi è venuto in mente Lei, che, in fondo, non mi ha mai detto chi e come devo essere, neppure nei momenti di maggiore disperazione: ma mi ha sempre ascoltata, capita, accettata senza condizioni, come se fossi la persona più importante del mondo; ed io non me ne sapevo spiegare la ragione… io, abitualmente così anonima e banale: tanto che qualche volta mi ha fatto anche rabbia, perché non riuscivo a non pensare che forse Lei mi prendeva in giro o lo faceva per mestiere, per professione.

         Ieri, però, nel turbinio di tutte quelle nuove emozioni, forse mi è accaduto di comprendere anche il senso del Suo atteggiamento: gli altri mi hanno sempre tolto il mio spazio con le loro manipolazioni, con le loro regole, con i loro “consigli”, con la loro freddezza affettiva, fino a portarmi a non credere più in me stessa.

       Lei, invece, lo spazio me lo ha sempre offerto, con la Sua partecipazione, il Suo ascolto, il Suo affetto: ecco, mi ha abbracciato, come ho fatto io quando mi sono stretta nel cappotto, e mi ha fatto sentire che posso permettermi di esistere, che ho uno spessore tutto mio; Lei è stato un po’… come il mio cappotto…! Ed è stata proprio questa consapevolezza – ora forse è più chiaro – che mi è finalmente “esplosa” dentro ieri sera.

         Forse l’attendevo da tempo, forse da sempre, come se la mia nascita non si fosse ancora del tutto compiuta. Ora è arrivata e sento che qualcosa sicuramente cambierà nella mia vita.

Firenze, Dicembre 1985

(Isabella oggi è un valente Architetto e fa parte, con altri collaboratori e collaboratrici, di uno studio ben avviato  di Progettazione architettonica: quasi un “riscatto” simbolico dall’  antico, raggelante senso di  inutilità e di appiattimento depressivo, che pervadeva la sua vita all’inizio dei nostri incontri, impedendole qualunque forma di “progettazione” esistenziale. Il testo riportato è uno dei tanti scritti che spesso Isabella ha inserito nella mia cassetta postale. Ciò che vi è narrato e che si colloca nell’ultimo anno del nostro lavoro, avviò veramente una svolta decisiva nella percezione che Isabella aveva di se stessa.

Lo scritto, per essere pubblicato – dietro consenso dell’Autrice ,  è stato oggetto di qualche modifica soltanto superficiale; per il resto è conforme alla stesura originaria.  Luigi Adamo).

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