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LO SGUARDO CHE SVUOTA

L’occhio materno come minaccia esistenziale.

Un caso di miopia psicogena

 

Che io non sia un inquieto fantasma

Che segua ossessivo l’andare dei tuoi passi.

Al di là del punto in cui mi hai lasciata,

ferma in piedi sull’erba appena spuntata,

tu devi essere libera di prendere un sentiero

la cui fine io non senta il bisogno di conoscere

né la febbre affliggente di essere sicura

che sei andata dove io volevo andassi.

Quelli che lo fanno cingono il futuro

fra due muri di ben disposte pietre,

ma segnano un cammino spettrale,

un arido cammino per ossa polverose.

Dunque tu puoi andare senza rammarico

Lontano da questo paese familiare,

lasciando un tuo bacio sui miei capelli

e tutto il futuro nelle tue mani.

 

(Margaret Mead, alla figlia Cathy.

Da: M.MEAD, L’inverno delle more,

Milano, Mondadori, 1977)

 

Conosco Marina in un limpido giorno di primavera. Figura esile, dall’aspetto fragile, ma aggraziato, viene nel mio studio una mattina, in un abbigliamento scialbo, anonimo, ancora pesante rispetto alla mitezza del clima, e dai colori in contraddizione con la trasparenza del verde degli alberi che intravedo dalla finestra : soprabito grigio, stretto in vita da una cintura, alti stivaletti di cuoio, vestito anch’esso grigio, accollato, dal taglio semplicissimo, il viso minuto, ma grazioso, seminascosto da grandi occhiali con spesse lenti scure, graduate, un foulard insignificante che avvolge la piccola testa, coprendo una liscia capigliatura bionda, modellata a paggio.

 Di primo acchito mi sembra una persona che non sappia o non osi ancora scrollarsi l’inverno di dosso, oppure che abbia bisogno di coprirsi per difendersi dall’eventuale gelo degli sguardi altrui e passare inosservata, senza lasciare traccia.

Quando ci presentiamo, mi porge una mano guantata, esitante e sfuggente;  poi, al mio invito, si raccoglie sulla poltrona, stringendosi ancor più nel soprabito, quasi per proteggersi, e comincia a parlare con voce inizialmente molto bassa ed imbarazzata, prima ringraziandomi per averle fissato l’appuntamento, poi esprimendo dubbi e speranze circa l’utilità dei nostri futuri incontri, cui ha deciso di ricorrere dietro suggerimento di un’amica che mi conosce, quindi, scusandosi anticipatamente se mi farà “perdere tempo”, dato che forse, in fondo, i suoi potrebbero risultare problemi banali, di poco conto, semplici fisime di una mente distorta, da curarsi solo con qualche tranquillante, oppure prodotti di una personalità irrimediabilmente immatura, che non ha mai saputo vedere con chiarezza la vita e che ha sempre voluto guardare troppo lontano, disprezzando le sicurezze più vicine, per correre chissà dove, come le ha sempre detto sua madre ……: e qui, prima che io possa impostare un qualunque commento alle sue parole, la sua voce si fa gradatamente animata, intensa, singhiozzante, sfumando poi in un pianto silenzioso, leggero e discreto, ma deciso.

In questo passaggio, Marina si toglie gli occhiali, ed io, per la prima volta, scopro l’azzurro profondo dei suoi occhi, forse in grado di riflettere effettivamente orizzonti lontani, ma intanto contratti e prigionieri di una miopia molto accentuata.

Non so ancora che cosa Marina voglia comunicarmi di preciso : sento subito, tuttavia, che il suo pianto e la caduta della barriera degli occhiali costituiscono forse il primo passo verso la presentazione che si accinge a farmi di se stessa : per cui decido di rimanere in attesa, silenzioso, lasciando che nel frattempo lei pianga anche dentro di me, evocando effetti eco e sensazioni più determinate.

Ed ecco, infatti, che quel pianto, sciogliendosi dall’iniziale magma emotivo che lo ha generato, comincia a svelare gradatamente messaggi più ricchi di significato. Innanzitutto, non mi appare come un pianto di disperante disfatta, né di convulso isterismo, e neppure di richiesta di dipendenza : nel suo piangere composto e discreto, ma determinato, Marina mi trasmette invece una paradossale sensazione di forza, ma come pietrificata, come se le sue energie le fossero totalmente disponibili, ma, ancora incapaci di trasformarsi in spinte costruttive, si esprimessero con il linguaggio del pianto, ed il pianto divenisse, in tal modo, per lei, l’unico modo di uscire dall’anonimato, l’unico spazio di individuazione in cui è costretta a declinare se stessa, usando le sue lacrime come uniche lenti con le quali i suoi occhi miopi vedono il mondo.

Quale oscuro peccato ha commesso Marina per subire questa condanna?

Spentasi l’ondata dell’emozione, mi guarda forse per la prima volta, abbozzando un timido sorriso e, chiedendomi scusa per il suo “stupido” sfogo, prende ad informarmi di sé.

Ha 29 anni. E’ nubile, o meglio, fino ad oggi priva di stabili legami affettivi. Da due anni insegna lingua straniera in una scuola cittadina, dopo avere “miracolosamente” vinto un concorso a cattedre. Da circa un anno vive, o meglio, vorrebbe vivere sola in un appartamento di periferia, che si è potuta concedere in affitto solo quando la sua situazione professionale si è assestata stabilmente.

Fino allo scorso anno risiedeva ancora nel suo piccolo paese d’origine, distante circa 40 Km. dalla città, abitando nella casa dei genitori, dove è nata e cresciuta, assieme alla madre, alla sorella maggiore, al cognato ed ai due nipotini – il padre morì quando lei aveva appena tre anni - : casa, paese e persone sempre tanto amati e tanto odiati ad un tempo ; luoghi e volti in grado di trasmettere ovattate sicurezze, quanto infliggere subdole e sotterranee prigionie……

I problemi che l’hanno indotta a recarsi da me hanno cominciato a tormentarla saltuariamente fin dall’adolescenza, ma si sono accentuati, divenendo costanti e terribilmente insostenibili, dopo il suo trasferimento in città : una méta da lei tanto sospirata, sognata e desiderata, che, una volta raggiunta, tuttavia, non riesce a far propria, con sua grande disperazione.

La sua vita, infatti, è ormai interamente dominata da una crescente paura : teme di diventare progressivamente cieca, a causa dell’accentuarsi sempre più drammatico della sua miopia, che in questi ultimi mesi ha progredito in modo così preoccupante, da obbligarla a rinunciare all’uso dell’automobile o della bicicletta, che è sempre stata una sua costante passione.

Una miopia strana, misteriosa, che le si è manifestata quando aveva circa 15 anni e della quale nessuno dei numerosi oculisti, da lei consultati in un continuo pellegrinaggio, ha mai saputo diagnosticare una causa plausibile, dato che il suo apparato visivo, ad ogni specifica indagine clinica, è stato sempre trovato integro, mentre esiti altrettanto negativi hanno fornito tutti gli esami elettroencefalografici e le TAC cui è stata frequentemente sottoposta. Una miopia, comunque, che la sta ormai privando totalmente di autonomia e di fiducia in se stessa, che la fa svegliare ogni mattina con l’angoscia di non rivedere il nuovo giorno, che le incute un timore crescente di uscire e che le rende sempre più faticoso il rapporto con gli altri e con l’insegnamento, che pure ama e pratica con grande entusiasmo ; una limitazione gravissima, tanto più fonte di disperazione quanto più priva di cause tangibili, che, fra l’altro, l’ha obbligata, per il disbrigo delle più banali faccende casalinghe, a chiedere sempre più frequentemente aiuto alla madre : proprio alla persona con la quale, pur esistendo un profondo legame affettivo, ormai da anni vive tuttavia un rapporto difficile, tormentato, tempestoso, che la colpevolizza continuamente. La madre, infatti, costituisce, assieme alla miopia, l’altro importantissimo polo dei suoi problemi e delle sue angosce.

Marina mi descrive la madre come una donna affettuosa, disponibile, lavoratrice, ma, nel contempo, energica, austera e rigidamente moralista. Rimasta vedova assai precocemente, con due bambine ancora piccole, ella non si è mai voluta risposare ed ha sempre riversato tutte le sue energie sull’educazione delle figlie e sulla ricerca di una decorosa stabilità economica e sociale, amministrando con attenta e meticolosa parsimonia i magri proventi provenienti dal suo piccolo impiego comunale e dall’affitto di una casetta di paese, di eredità familiare. Operosità lodevolmente esemplare, sostenuta sempre, però, da una cupa filosofia della vita, improntata al senso del dovere e del sacrificio, che nulla ha mai concesso alle novità ed alle trasformazioni e che si è espressa, anzi, con un vero e proprio fanatico culto delle piccole cose a portata di mano, che si possono vedere e toccare, che danno sicurezza immediata (casa, lavoro, famiglia), a differenza di tutto ciò che obbliga a guardare troppo lontano e che fa perdere il senso della realtà, “in cui Dio ci ha confinati”.

Questo rigorismo sacrificale, proposto quotidianamente alle figlie, ha sempre pesato come un’oscura minaccia sulla coscienza di Marina (che ricorda la sua fanciullezza come caratterizzata da precoci desideri di libertà e di indipendenza, sfogati con lunghe passeggiate in bicicletta) ed è divenuto ben presto fonte di accesi conflitti e di laceranti ricatti, quando, ultimata la scuola dell’obbligo con ottimi risultati, Marina, dietro suggerimento dei suoi stessi professori, che intravedevano in lei ottime attitudini letterarie, espresse il desiderio di proseguire gli studi al Liceo e, poi, eventualmente, all’Università.

La madre dapprima la sconsigliò, adducendo motivazioni di ordine pratico-economico, poi prese ad accusarla di essere una visionaria e di non vedere con sufficiente chiarezza la realtà. Non sarebbe stato meglio, anziché andare in città e sottoporsi a spese e sacrifici quotidiani non indifferenti, fare come la sorella maggiore, che, finita la scuola media, era stata assunta in una piccola azienda locale, si era fidanzata, presto si sarebbe sposata ed aveva ormai, dinanzi a sé, un tranquillo futuro ? Marina, invece, lontano dal paese, non sarebbe stata sicuramente in grado di organizzarsi, e chissà quali “amicizie pericolose” avrebbe potuto contrarre, lei, piccola provinciale, che non aveva mai guardato oltre l’orizzonte del paese. Era meglio che Marina seguisse i consigli della madre, che aveva sempre visto giusto nella vita e sempre si era preoccupata del bene delle figlie.

Una nuova vibrazione di pianto si insinua nella voce di Marina alla rievocazione di questi antichi conflitti e, soprattutto, al ricordo delle taglienti occhiate di condanna che la madre le indirizzava quando lei cercava di insistere per strapparle il consenso. Erano sguardi che avevano il potere di svuotarla e di pietrificarla in angoscianti sensi di colpa, di incuterle allucinanti sensazioni di peccato, specie quando la madre le diceva di vederla destinata ad una cattiva strada se fosse andata in città.

Alla fine, tuttavia, l’aveva spuntata : ma solo per l’inaspettato aiuto della sorella e del futuro cognato, che, dinanzi ai suoi ottimi risultati scolastici, avevano promesso un valido contributo a sostegno dei suoi studi. In tal modo Marina aveva potuto finalmente iscriversi ad un Liceo cittadino ed iniziare il suo lento cammino verso l’orizzonte dell’Università e di una Laurea.

Ma la gioia di questa conquista e l’eccitante euforia del contatto con la vita cittadina – anche se ciò comportava faticose “ levatacce” e rientri a casa nel primo pomeriggio – avevano avuto breve durata. Ben presto, un’ossessiva ansia di riuscire il meglio possibile negli studi si era impadronita di lei, corrodendo lentamente la sua serenità.

Era come se sentisse incombere continuamente su di sè lo sguardo critico e minaccioso della madre, la quale, pur adattandosi al nuovo corso delle cose, aveva preso ad alternare nei suoi confronti momenti di attenzione e di affettuosa disponibilità, con manifestazioni di ansiosa preoccupazione per i sacrifici ed i rischi che la scelta compiuta da Marina aveva comportato per la famiglia.

Marina, così, aveva cominciato a sentirsi strana e diversa, in certi momenti persino ladra e dentro di lei si era insinuato il bisogno prepotente di ripagare la famiglia, portando a casa brillanti risultati scolastici e cercando, per il resto, di essere ubbidiente e remissiva con la madre, seguendo tutti i suoi consigli e suggerimenti, dal modo di vestirsi al comportamento da tenere con gli altri e, soprattutto, con i ragazzi, con i quali, secondo il giudizio materno, era meglio non distrarsi finchè non avesse finito di studiare.

Questa linea di condotta si era gradatamente introdotta dentro di lei, divenendo una specie di costante imperativo categorico, e l’aveva portata ben presto ad assumere un atteggiamento austero, riservato e rigido come quello della madre, precocemente adulto, ma anche inevitabilmente timido ed insicuro sul piano sociale.

Le sue buone attitudini per lo studio avevano cominciato a dare ottimi risultati, collocandola entro breve tempo fra gli studenti migliori, ma il ruolo di ragazza brava e giudiziosa che tutto ciò comportava, ed il bisogno di non venire mai meno a questa immagine di sé, avevano iniziato a pesare continuamente sulla sua personalità, obbligandola a studiare sempre e a rinunciare a qualsiasi svago, ed in particolare alla compagnia dei coetanei, specie dei compagni di classe, che spesso la invitavano a partecipare a feste o ritrovi, chiamandola “secchiona” quando lei, sistematicamente, rifiutava adducendo generici motivi di studio o di famiglia.

E’ in questo periodo che cominciano a manifestarsi i primi disturbi visivi di Marina. Dapprima una lieve miopia, che la obbliga a mettersi per la prima volta gli occhiali ; poi strani, ma periodici fenomeni di improvvisi appannamenti di vista, accompagnati da violente cefalee, che nessun oculista, come si è detto, riesce a diagnosticare, anche dietro le più accurate e sofisticate indagini cliniche.

Dopo ogni attacco, quasi puntualmente, la miopia di Marina risulta ulteriormente accresciuta, causandole una progressiva angoscia e raddoppiando le sue apprensioni per lo studio, anche per le reazioni della madre, la quale, se da un lato assiste con grande affetto la figlia, per un altro verso non esita ad attribuire tali disturbi al suo eccessivo studio ed alla sua testardaggine nel non avere seguito i suoi consigli.

Quando Marina conclude il Liceo, con esiti assai soddisfacenti malgrado le saltuarie, ma spesso lunghe assenze da scuola, cui lo stato dei suoi occhi l’ha obbligata, si riattiva una seconda fatale fase di conflitti con la madre, questa volta motivata dal suo desiderio di proseguire ulteriormente gli studi a livello universitario. Anche in questo caso le aspettative materne non si rivelano in sintonia con i desideri di Marina.

La madre le consiglia di guardare con maggiore attenzione la realtà, di pensare alla debolezza dei suoi occhi e di cercarsi un impiego “sicuro”.

Marina, invece, malgrado tutti i suoi disturbi visivi, si iscrive alla Facoltà di Lingue, questa volta facilitata da una borsa di studio ministeriale, che premia in modo tangibile i suoi buoni risultati scolastici.

Ne nasce immediatamente un periodo difficile e tormentato, che Marina mi rievoca con una nuova, intensa nota di pianto nella voce, soprattutto perché in questa occasione il conflitto assume toni particolarmente apocalittici, per il fatto nuovo che Marina, ormai maggiorenne, per la prima volta è presa da improvvise esplosioni di ribellione nei confronti della madre, litigando con lei ed accusandola di volerle impedire di seguire la propria strada e di tenerla prigioniera in un ambiente meschino e soffocante.

A tali sfoghi la madre risponde con le lacrime e con l’ira, rievocando tempestosamente alla figlia tutti i sacrifici sostenuti per lei, accusandola di ingratitudine e profetizzandole che con quegli occhi non riuscirà mai ad organizzare in modo decente la propria vita e dovrà sempre ricorrere all’aiuto della famiglia e di quell’ambiente che ora osa disprezzare, ma da cui dipende tutta la sua sicurezza.

Marina esce pesantemente colpevolizzata da questi scontri, anche perché in questo periodo la sua vista peggiora ulteriormente ; ma questa volta decide di assumersi interamente la responsabilità delle proprie decisioni e dentro di lei, anzi, comincia a farsi strada l’idea di allontanarsi da casa, di abbandonare il paese, di rendersi, malgrado tutto, autonoma il più presto possibile, anche se, ancora, questo passo dovrà essere rinviato al termine dei suoi studi universitari.

Nel frattempo, comunque, cerca di pesare il meno possibile sul bilancio familiare, di non chiedere più “sacrifici”, e, mentre segue i corsi universitari, inizia a dare lezioni private di lingua straniera ai ragazzi del suo paese, mettendo così insieme qualche guadagno.

La vita universitaria fa da cornice anche alle sue prime esperienze affettive e sessuali : si tratta, però, di vicende tutt’altro che serene, come è fatale immaginarsi. Insicurezze, sensi di colpa, enorme difficoltà ad essere padrona del proprio corpo e delle proprie emozioni, mancanza totale di spontaneità, timore costante di essere rifiutata ed abbandonata a causa del proprio aspetto che essa ritiene non gradevole per le spesse lenti che è obbligata a portare, aprono una nuova stagione di tormenti e di conflitti che Marina paga subito come duro prezzo al suo primo svelarsi come donna alla vita. I suoi rapporti affettivi iniziano e fanno naufragio quasi sistematicamente, entro breve tempo ; e lei non sa capire se ciò avvenga per causa sua o se per avere sempre incontrato il tipo d’uomo sbagliato, che non sa comprenderla ed accettarla.

Il peso di tali frustrazioni è comunque tanto più alto, quanto più Marina si vede costretta a tenere occultato in famiglia questo nuovo versante della sua vita, per il timore di dover fronteggiare, anche su questo piano, ulteriori interferenze materne. La madre, infatti, intuendo talvolta qualcosa, non manca mai di sottoporre la figlia a serrati interrogatori, apparentemente motivati da una ricerca di amichevole confidenzialità, ma in realtà sempre sostenuti da un rigido moralismo, che sfocia immancabilmente in colpevolizzanti incitamenti a stare attenta, ad essere seria, a non farsi "mettere in mezzo" e a confidarsi sempre con la madre,  che conosce e sa vedere con chiarezza la vita assai meglio di lei.

Il bilancio che, a questo punto, Marina comincia a tracciare su se stessa e sulla propria esistenza, diviene sempre meno allettante ed una sensazione crescente di fallimento totale inizia a radicarsi in lei, facendole vivere, in aggiunta ai suoi disturbi visivi, anche frequenti stati di cupa depressione, caratterizzati soprattutto da un angoscioso senso di solitudine e di mancanza di identità, quasi al limite della dissociazione.

Ciò che tuttavia continua ancora a sostenere Marina in un solido rapporto con la realtà è la sua passione per lo studio ; quella passione per la quale ha sempre combattuto in maniera pervicace, superando ogni ostacolo fisico e psicologico.

Lo studio, così, la salva da una completa disfatta e diviene l’unica efficace terapia, che le permette di reagire agli scacchi esistenziali cui la sua personalità è esposta.

Ed è proprio dal suo studio che Marina, giunta quasi a conclusione dell’Università, ottiene la prima grande occasione di distacco dalla famiglia.

La buona competenza ormai raggiunta nelle lingue straniere le permette di conseguire una borsa di studio per una prestigiosa Università tedesca, dove potrà, fra l’altro, preparare anche la sua tesi di laurea.

Questo evento rappresenta un’autentica svolta per la sua vita, anche se apre una terza, più disperata fase di scontri con la madre, la quale, questa volta, giunge persino a sentirsi male fisicamente quando viene a conoscenza delle intenzioni della figlia di recarsi all’estero : fatto, questo, che essa giudica come una folle, cieca ed insensata avventura, della quale non vede alcuna necessità.

Marina sente riproporsi, ancora una volta, per bocca materna, tutto il tormento dei suoi disturbi visivi e delle sue presunte incapacità di autogestirsi e muoversi nella vita ; subisce l’ormai nota azione demolitrice delle insinuazioni materne circa la sua ingratitudine verso la famiglia, che ormai dovrà considerarla come una figlia “perduta”, data la sua tendenza a guardare sempre lontano, senza mai curarsi della propria sistemazione e del proprio futuro più vicino.

Tuttavia, dopo essere stata più volte sul punto di rinunciare, alla fine Marina decide di partire e, per la prima volta “di andarsene veramente lontano, accada quel che accada !”.

Marina rimane circa un anno in Germania. Ansie e trepidazioni di ogni genere caratterizzano l’inizio del suo soggiorno all’estero ; poco per volta, però, le sue angosce, rese ancora più acute dai primi allucinanti scambi telefonici con la madre, si attenuano come per incanto, per lasciare spazio ad un nuovo, inusitato senso di sicurezza e di serenità, da cui Marina si sente pervadere per la prima volta, dopo tanti anni di tensione.

Quasi con meraviglia ella scopre di essere in grado di inserirsi agevolmente  fra le persone e di poter vivere più tranquille relazioni sociali in un ambiente a lei totalmente sconosciuto. Segue le lezioni e studia con profitto, ma riesce anche a concedersi per la prima volta, senza sentirsene colpevole, qualche svago e persino un po’ di sport, che scopre di riuscire a praticare con discreta abilità ed insospettata scioltezza motoria : il che la riconcilia un po’ con l’immagine del proprio corpo.

Riesce anche a viversi qualche saltuario flirt con compagni di studio, senza peraltro essere assalita dai problemi che l’hanno sempre tormentata in Italia ; forse tutto questo è facilitato dal fatto che si tratta di rapporti destinati a rimanere senza storia, data la temporaneità del suo soggiorno : ciò non toglie, tuttavia, che anche la sua vita affettiva non risenta assai positivamente di un certo vitale rinnovamento.

Ma la nota che rimane ancora in dissonanza con questi nuovi eventi è sempre lo stato della sua vista.

Marina in questo periodo non accusa specifici disturbi visivi, ma la sua miopia, pur senza progredire né fluttuare, rimane sempre come un’oscura minaccia che incombe su di lei.

A questo punto, comunque, le diviene sempre più chiaro che solo distaccandosi dalla famiglia e dal clima angusto del paese potrà sperare di risolvere molti dei suoi problemi. Per questo, quando, scaduta la borsa di studio, rientra in Italia, con un certo rimpianto ma anche con molte nuove energie, laureandosi brillantemente, i suoi sforzi si concentrano sulla ricerca di una sistemazione quanto più rapida possibile che le permetta uno stabile trasferimento in città.

 Trova inizialmente un impiego part-time presso un’agenzia turistica, che rafforza la sua autonomia economica, ma non le concede ancora di disporre dei mezzi sufficienti per distaccarsi dalla famiglia ; nel contempo, però, decide anche di prepararsi per un concorso a cattedre, dove riversa tutte le proprie forze ed aspettative.

Questo momento della sua vita è contrassegnato da una situazione di notevole concentrazione intellettuale e di relativa armonia, o, meglio tregua con la madre, alla quale tiene giudiziosamente nascoste le sue più recondite intenzioni.

La madre, colpita dai cambiamenti della figlia, spera che ormai Marina sia divenuta più attenta alla realtà e si sia finalmente decisa a seguire i consigli materni, ridimensionando l’orizzonte dei propri velleitarismi.

Nel giro di un anno, Marina vince il concorso ed ottiene subito una cattedra di lingua tedesca in un Liceo cittadino. La sua felicità, com’è immaginabile, è grandissima. La madre, per la prima volta, si lascia andare ad espressioni di gioia e ad occhiate di tenerezza nei suoi confronti ; ma per Marina si tratta soprattutto di una sistemazione definitiva, che finalmente le potrà permettere di realizzare il suo desiderio di autonomia, ormai divenuto per lei un vero e proprio sogno ad occhi aperti.

Marina si sente come pervasa da un’euforia crescente ; affronta e supera con entusiasmo e con successo tutte le difficoltà ed insicurezze iniziali della sua nuova attività di insegnante : ed è con questo clima interiore che si pone alla ricerca di un’abitazione in affitto.

La sua forza di determinazione e la sua perseveranza le sono di grande aiuto, tanto da farle trovar casa dopo appena qualche mese, tramite una collega di scuola, con la quale, nel frattempo, ha stretto amicizia.

Il suo morale è, a questo punto, alle stelle e la porta a sperare, forse con molta ingenuità, come lei stessa sottolinea amaramente, di non trovare più opposizione presso la madre : in fondo - pensa- , la sua età ormai adulta e la raggiunta autonomia dovrebbero rendere più che naturale agli occhi materni il suo desiderio di trasferirsi in città ……

Ma la realtà, invece, si rivela subito ben diversa dalle previsioni.

Quando Marina, con una certa trepidazione, manifesta le sue intenzioni e comunica di aver già trovato casa, la madre addirittura sviene, accusandola poi, per giorni e giorni, di volere la sua morte, di volerla “pugnalare” alle spalle, come ha già fatto più volte nella vita; di essere cattiva, senza cuore ed ingrata, proprio ora che avrebbe potuto contribuire, col suo impiego, ad aiutare la famiglia che non le ha fatto mai mancare niente. La accusa di essere stata sempre presuntuosa, di avere sempre egoisticamente mirato altrove e di non aver mai voluto vedere né capire le esigenze della famiglia ; infine, con sguardi sempre più freddi ed irremovibili, le impone un drammatico aut-aut, che lacera in modo disperato la personalità di Marina : o rinunciare a trasferirsi in città, oppure rompere definitivamente con la famiglia, senza farsi più né rivedere né sentire, “tanto, una figlia così è meglio perderla che trovarla !”.

Per mesi Marina cerca di addolcire la madre, sforzandosi di rassicurarla che il suo desiderio di trasferirsi in città non debba essere interpretato come egoismo, né come un atto di ostilità verso la famiglia, ma, più autenticamente, come espressione di un suo vitale bisogno di realizzazione esistenziale : a nulla vale questa serrata dialettica a modificare le opinioni della madre, questa volta corroborate anche da un atteggiamento di opposizione silenziosa da parte della sorella e del cognato, i quali, in passato, avevano sempre mostrato di comprenderla abbastanza, appoggiandola cautamente, oppure rimanendo almeno favorevolmente neutrali.

Infine Marina, dinanzi alla prospettiva incalzante di perdere l’occasione della casa così faticosamente trovata, decide di trasferirsi comunque in città, seguendo anche il suggerimento della stessa collega ed amica che l’ha aiutata nella ricerca dell’abitazione, ed alla quale ha confidato nel frattempo tutte le sue ansie e conflitti, trovando un certo conforto.

Ma il trasferimento non avviene più con tutto l’entusiasmo e la convinzione di un tempo, ma, piuttosto, in un clima di disperazione, che ormai gli interminabili conflitti familiari hanno generato dentro di lei. Si tratta, perciò, di una conquista assai amara e tutt’altro che liberatrice.

In città, infatti, inizia quasi subito tutto il calvario delle allucinanti sofferenze che l’hanno condotta ad incontrami ed a narrarmi fra le lacrime la sua storia, per nulla addolcita da una specie di tacita riconciliazione con la madre, alla quale ha finito col chiedere disperato aiuto, dietro la convinzione di essere ormai fallita ed irrimediabilmente destinata alla cecità.

La madre ora l’assiste e viene spesso a trovarla per darle una mano : ma con ritmo ora martellante, ora insinuante, cerca nel contempo di convincerla a tornare presso la famiglia, richiamandola continuamente allo stato della sua vista ed alla sua crescente difficoltà ad autogestirsi.

Marina non sa che cosa fare e le sembra di non riuscire più a guardare con chiarezza al proprio futuro : è ormai troppo tardi per sperare di rivedere un po’ di luce ?

 

 

 

 

CONSIDERAZIONI  ANTROPOANALITICHE

 

 

Gli occhi sono, indubbiamente, i protagonisti più autentici che narrano la storia personale di Marina.

Fin dall’inizio, infatti, si pongono non solo come il luogo fisico dove si concentrano le sue sofferenze e da dove, attraverso il pianto, sgorgano le sue angosce ; ma sono anche lo specchio in cui si riflette la qualità del suo essere-nel-mondo, che si rivela all’interno degli stessi costrutti linguistici con i quali Marina descrive le vicende della propria vita, facendo frequente uso di immagini visive.

Tutta la sua storia esistenziale si sviluppa e ruota attorno ad una serrata dialettica di sguardi : da un lato vi sono i suoi profondi occhi azzurri, che vorrebbero dischiudersi verso orizzonti lontani ed essere mediatori di trasformazioni creative e di aperture al mondo ; dall’altro lato lampeggiano gli occhi taglienti della madre, che vogliono respingerla entro il recinto di più anguste realtà, raggelando e pietrificando tutte le sue energie vitali ed impedendole di svelarsi a se stessa e alla vita. Da un lato vi è il bisogno prepotente di Marina di vedersi e di vedere ; dall’altro lato incombe lo sguardo minaccioso della madre, che pretende continuamente di vedere al posto suo e che la vorrebbe immersa nell’anonimo mondo dei si dice  e dei si fa.

Marina inizialmente resiste a questa dialettica che non ha possibilità di sintesi ; osa sfidare lo sguardo materno e si inoltra egualmente verso il mondo, facilitata e sostenuta dalle sue buone qualità intellettuali. Ma, ben presto, l’occhio appuntito della madre la trapassa, entra dentro di lei, la insegue e la snida nell’intimo, colpevolizzandola : ed infine la svuota senza pietà, rubandole la sicurezza delle proprie emozioni, del proprio corpo, e rendendola nemica di se stessa. Così, da questo momento in poi, Marina finirà col non osare più guardarsi né guardare : diviene miope, ed in tal modo, con il rischio mortale della cecità, paga duramente il prezzo del suo tentativo di differenziare il proprio orizzonte di vita da quello materno.

L’unico suo bene, tuttavia, è la sua intelligenza, che la madre non riesce mai ad intaccare. Questa rimane sempre desta ed integra, anzi si arricchisce continuamente e le fa conseguire successi nello studio ; ma si confronta con un debole e vuoto corpo-involucro, nel quale in-abita ormai lo sguardo gorgonico della madre.

Ed è come se si venisse a stabilire una sorta di compromesso infernale : Marina potrà permettersi di crescere ed aprirsi verso il mondo solo con gli occhi della madre ; per il resto, dovrà lasciarsi convincere che gli occhi del suo corpo sono irrimediabilmente malati ed avranno sempre bisogno di affidarsi agli occhi della madre per poter vedere la realtà.

Per questa dicotomia, che pone abissali distanze fra il suo corpo, dominato dalla madre, e la sua mente, aperta verso il mondo, Marina non riesce mai a diventare completa.

Non vi riesce neppure quando comincerà ad avvertire l’esigenza di porre maggiore distanza geografica fra sé e la madre, poiché non potrà mai separarsi da ciò che porta dentro di sé, dovunque.

Infatti, Marina si allontana, ma rimane sempre convinta che gli occhi del suo corpo siano malati e non riescano a vedere ; quindi, si rivolge alla madre perché sia lei a vedere al suo posto, e, paradossalmente, in un fatale giro vizioso, si trova a chiedere aiuto proprio a quegli occhi che hanno abbacinato i suoi, avvizzendo il suo corpo.

 Soltanto quando Marina riuscirà a svelare questo cerchio fatale della sua esistenza – questa volta con l’aiuto degli occhi dell’analista - , potrà gradatamente iniziare a liberarsi della presenza devastatrice dello sguardo materno e riabituare i suoi occhi alla luce di se stessa.

Soltanto allora potrà risposarsi con il proprio corpo e rientrare nel mondo, nella piena totalità del proprio esserci.

 

Firenze, Maggio 1989                    Luigi ADAMO